COVID-19: Un Virus “Bestiale”

Quando uomini ed animali condividono la sfida

Ci vorrà molto tempo prima che le persone possano superare il terrificante incubo iniziato nel 2019 e protrattosi per alcuni anni, che induce ancora affezioni cliniche anche se più lievi rispetto al passato. In questo periodo, il mondo intero sembrava vivere in un film di fantascienza, con un protagonista microscopico che dimostrava il suo potere e metteva l’umanità in ginocchio: il COVID-19, conosciuto anche come SARS-CoV-2, ha evidenziato la fragilità del nostro sistema sanitario. Originato dagli animali selvatici asiatici e successivamente diffusosi, anche se non sono stati ancora identificati con precisione gli ospiti intermedi che hanno trasmesso l’infezione agli esseri umani. Lo stato di panico e terrore che ha colpito tutti ha sollevato preoccupazioni riguardo alla scoperta dei potenziali serbatoi di COVID-19 che potrebbero diffondere e trasmettere il virus agli esseri umani e ad altri animali, minacciando la salute pubblica. Le attuali dinamiche della pandemia da COVID-19 richiedono ulteriori indagini dettagliate sulla capacità di trasmissione di questo virus dagli esseri umani agli animali e viceversa e migliorare l’attuazione dell’approccio “One Health”. È necessaria l’identificazione delle specie animali suscettibili, poiché possono agire come ospiti intermedi o serbatoi del virus e trasmettere l’infezione agli esseri umani. Con questo articolo, cercheremo di illustrare gli sforzi esercitati per identificare la possibilità di circolazione del virus in altre categorie di specie animali, tra cui gli animali domestici con cui veniamo frequentemente in contatto.

Iniziando con gli animali da compagnia; la domanda sollevata era: “Se sono positivo per COVID-19, posso infettare il mio cane o gatto? E se ciò accade, gli animali domestici possono diffondere l’infezione ad altri ospiti?”. Gli scienziati hanno cercato di rispondere a questa domanda attraverso la raccolta e l’analisi dei dati riguardanti l’esame degli animali per l’infezione da COVID-19, sia attraverso la rilevazione del virus tramite diagnosi molecolare, sia attraverso la rilevazione di anticorpi sviluppati. Ad esempio, in Italia, il paese europeo più colpito da questa patologia, gli scienziati hanno raccolto dati su cani e gatti provenienti da diverse regioni, in particolare dalla Lombardia, epicentro dei casi umani. Sono stati prelevati campioni da cani e gatti domestici che vivevano con proprietari positivi al COVID-19, così come da colonie di randagi o rifugi. Le analisi condotte sul materiale raccolto hanno coinvolto diverse metodologie, che vanno da un semplice esame del sangue a tecniche diagnostiche avanzate. I risultati hanno rivelato un’infezione positiva in un numero significativo di animali testati; tutti i campioni positivi provenivano dalla diagnosi degli anticorpi e non è stata registrata alcuna positività per la diagnosi del virus con i metodi molecolari avanzati. È stato rilevato solo un caso di un gatto domestico italiano che ha manifestato chiari segni clinici di polmonite ed è risultato positivo ad infezione da SARS-CoV-2, tramite conferma con RT-qPCR quantitativa analizzando un tampone faringeo profondo. Rispetto ai cani, i gatti erano molto più suscettibili all’infezione. I felini mostravano sintomi respiratori, che variavano da moderati a gravi, e potevano trasmettere il virus ad altri individui della loro specie. D’altra parte, i canidi non presentavano alcun sintomo clinico e finora non sono stati registrati casi di trasmissione del virus da un individuo all’altro. L’unica spiegazione di questi risultati era la natura transitoria della diffusione di questo virus e la breve viremia. Un’altra sfida registrata per la diagnosi del virus era la variazione nella durata della viremia tra diverse specie e persino tra individui della stessa specie, che potrebbe essere attribuita a variazioni nella risposta immunitaria nel singolo animale. Tutte queste variazioni evidenziano la difficoltà di una comprensione completa del comportamento del SARS-CoV-2. Ulteriori studi sono stati condotti in altri paesi come gli Stati Uniti d’America (USA), la Francia, la Cina, Hong Kong, la Spagna e il Brasile. Questi studi hanno confermato la positività di cani e gatti che vivevano nella stessa casa con proprietari infetti da COVID-19. Le manifestazioni cliniche non sono state specifiche, rappresentate da sintomi lievi e reversibili, principalmente respiratori e gastrointestinali. In questi studi, la presenza di infezione da SARS-CoV-2 è stata confermata mediante metodi molecolari. In particolare, negli USA, la positività è stata del 17,6% nei gatti, del 1,7% nei cani; in Francia, il 4% dei gatti è risultato positivo mentre tutti i cani erano negativi; in Cina, il 12% dei gatti e il 13% dei cani erano positivi; in Spagna, il 12% dei gatti era positivo mentre tutti i cani erano negativi; infine, in Brasile, il 40% dei gatti, il 28% dei cani e il 47,6% domestici erano positivi. C’erano prove della persistenza dell’RNA di SARS-CoV-2 in alcuni animali. La maggior parte dei campioni è stata rilevata mediante RT-PCR nei campioni raccolti durante la seconda e la terza visita. Questi risultati rafforzano l’importanza degli studi longitudinali per investigare l’infezione da SARS-CoV-2 negli animali domestici. I campioni animali dovrebbero essere raccolti in prossimità dell’insorgenza dei sintomi umani, seguiti dalla raccolta seriale di campioni in un periodo di circa 30 giorni. Questo potrebbe spiegare la negatività dei campioni raccolti in Italia, che erano rappresentati da singoli campioni. Questi dati suggeriscono che il contatto stretto con casi umani di COVID-19 è un fattore di rischio importante per l’infezione da SARS-CoV-2 negli animali da compagnia. Un recente rapporto dell’EFSA (European Food Safety Authority) del 2023 ha concluso che gatti, furetti e criceti sono gli animali da compagnia con il più alto rischio di infezione da SARS-CoV-2, la quale molto probabilmente ha origine da un essere umano infetto e ha un impatto nullo o molto basso sulla circolazione del virus nella popolazione umana.

Allargando la nostra prospettiva oltre gli animali da compagnia, ci rivolgiamo alla fauna selvatica. In questa sezione ci sono due categorie di animali: la fauna selvatica (che si riferisce alla fauna libera, escludendo gli animali selvatici in cattività come quelli presenti nei giardini zoologici) e gli animali tenuti nei giardini zoologici (definiti animali selvatici in cattività o animali da zoo). Queste due categorie differiscono nelle loro connessioni e interazioni con gli esseri umani. A livello globale, il numero di specie di fauna selvatica segnalate come naturalmente infette da SARS-CoV-2 cresce costantemente, anche grazie alla ricerca attiva in questo campo, che dovrebbe essere promossa.

Per quanto riguarda gli animali selvatici in cattività, noti come “animali da zoo”, questi animali sono in contatto quotidiano ravvicinato con gli esseri umani (custodi e tecnici). Pertanto, le specie suscettibili possono contrarre l’infezione principalmente dai lavoratori del zoo infetti con cui vengono a contatto. Ci sono segnalazioni sia di infezione sperimentale che naturale da SARS-CoV-2, principalmente nei felidi e nei grandi primati non umani. Secondo un recente rapporto del WOAH (Organizzazione Mondiale della Sanità Animale), sono state segnalate infezioni naturali da SARS-CoV-2 solo in tigri, leoni, leopardi delle nevi, puma e gorilla nei giardini zoologici. Tuttavia, il rischio è ancora molto alto e non ci sono segnalazioni di trasmissione inversa dagli animali agli esseri umani. La trasmissione tra animali suscettibili nello stesso recinto potrebbe verificarsi con una probabilità moderata, ma è difficile da dimostrare. Nel complesso, gli animali tenuti nei giardini zoologici non rappresentano un rischio sanitario pubblico significativo in relazione al SARS-CoV-2. Il virus ha dimostrato di non risparmiare nemmeno gli abitanti delle foreste e dei prati, rivelando che gli animali selvatici non sono immuni ad esso. Tra la fauna selvatica, sono state segnalate infezioni in diversi carnivori selvatici, cervi dalla coda bianca in Nord America, lemuri e visoni. Ci sono numerosi fattori, principalmente “umani”, che facilitano non solo la potenziale diffusione di un virus, ma anche lo scambio di virus tra diverse specie. Tra questi fattori vi sono il traffico illegale di specie selvatiche, pratiche culturali e credenze popolari che coinvolgono l’uso di questi animali nel consumo umano e la loro vendita nei mercati senza adeguate misure sanitarie. Tra gli animali da allevamento, i visoni americani per la produzione di pellicce hanno la più alta probabilità di contrarre l’infezione da esseri umani o animali e di trasmettere ulteriormente il SARS-CoV-2 all’interno delle popolazioni animali e agli esseri umani a contatto. L’introduzione di SARS-CoV-2 nelle fattorie di visoni avviene di solito tramite esseri umani infetti.

È imperativo riconoscere che il mescolamento di specie e la trasmissione di virus tra animali e esseri umani sono fenomeni che, più che mai, richiedono seria attenzione. Infine, devono essere applicate misure preventive per ridurre i rischi di trasmissione del SARS-CoV-2 alla fauna selvatica. Ad esempio, le persone che trattano con la fauna selvatica dovrebbero seguire misure di biosicurezza per minimizzare il contatto diretto con gli animali selvatici, specialmente con gli animali malati e deceduti. Inoltre, lo smaltimento sicuro dei rifiuti dalle comunità umane sia nelle aree urbane che rurali.

In conclusione, i coronavirus sono noti per la loro capacità di superare la cosiddetta “barriera delle specie”, che permette la trasmissione dei patogeni tra diverse specie. La pandemia da COVID-19 è indubbiamente stata un evento devastante che ha scosso il mondo in modi impensabili. Anche se sono stati segnalati casi di trasmissione dall’uomo agli animali in diverse occasioni, la trasmissione da animali all’uomo del SARS-CoV-2 è stata riportata solo dai visoni agli esseri umani che li allevavano. Gli animali non domestici hanno giocato un ruolo significativo nella trasmissione del virus SARS-CoV-2 tra animali e umani. La situazione attuale giustifica anche la necessità di ulteriori ricerche e indagini riguardanti la circolazione del virus SARS-CoV-2 negli animali e le sue implicazioni sull’interfaccia uomo-animale, insieme ad una sorveglianza mirata e valutazioni dinamiche del rischio per ottenere una visione dell’infettività di SARS-CoV-2 nelle condizioni naturali. Ciò aiuterebbe a progettare e implementare strategie preventive efficaci per limitare la trasmissione di questo virus pandemico. Solo attraverso una comprensione approfondita e un impegno comune per il benessere collettivo possiamo sperare di puntare a un futuro in cui l’equilibrio tra esseri umani, animali e natura sia il fondamento di una convivenza armoniosa.

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